Stefano Lodovichi Il Processo intervista

Stefano Lodovichi: “Con Il Processo porto il crime à la Ryan Murphy su Canale 5”

Intervista a Stefano Lodovichi, regista di Il Processo per Canale 5: “Dopo Il Cacciatore porto in TV una serie ispirata ad American Crime Story di Ryan Murphy”.

Non bisogna sforzarsi troppo per capire quanto Il Processo, nuova serie TV in arrivo su Canale 5, abbia profondamente coinvolto il suo creatore, Stefano Lodovichi.

Sentito a margine della conferenza stampa romana che presentava il progetto, il giovane regista grossetano era carico di entusiasmo. Dell’intero lavoro, con cui riapproda in TV dopo il successo di Il Cacciatore, ci ha raccontato fatiche e soddisfazioni, come in una missione complessa ma stimolante.

Rivelandoci la sua ammirazione per la creatività di Ryan Murphy, ci ha confidato d’essersi ispirato a uno degli show più fortunati del produttore americano. Ma portare in Italia un prodotto simile, che gli somigli nella raffinatezza della scrittura e delle immagini, non sarà facile.

Il pubblico nostrano è infatti ancora diviso tra i giovani estimatori di serie TV, sempre più numerosi, e gli irriducibili della fiction legati invece a produzioni dagli orizzonti oggettivamente limitati.

Lodovichi è però riuscito ad allargare questi orizzonti, portando peraltro avanti una “guerra lessicale” contro il termine “fiction”. E proprio grazie alla capacità di andare oltre ha spinto il suo lavoro anche oltralpe, in contesti di rilievo internazionale per le serie TV.

Nella lunga intervista che ci ha concesso, abbiamo provato a chiedere a Stefano Lodovichi quale sia la “ricetta” di questo suo successo.

Intervista a Stefano Lodovichi: i segreti del successo e i modelli di Il Processo

“Non so se ci sia un segreto preciso, sicuramente è un’alchimia di elementi. Il primo è avere una scrittura solida di partenza, una storia avvincente e originale che abbia al suo interno personaggi nei quali riconoscersi e ai quali affezionarsi. La scrittura però deve prendere vita con le immagini, e per fare questo serve una produzione, un emittente e delle realtà che dietro abbiano il coraggio di farla realmente. Nel momento in cui ci sono tutti questi fattori arriva tutto quello che c’è dopo, come trovare un buon cast. Ovviamente questi sono elementi teorici, poi in pratica è sempre un casino

Per Il Processo, a quale altro show o produzione ti sei ispirato?

“Ogni volta cerco di non avere un riferimento preciso. Per esempio, per Il Cacciatore non ho visto film o serie che avessero a che fare con la mafia. Volevo che fosse quanto più possibile originale, o almeno mio. Anche con Il Processo non ho avuto in mente dei legal o delle serie precise. Se però dovessi dirtene una, a livello concettuale mi sono ispirato ad American Crime Story OJ Simpson di Ryan Murphy. Mi rendo conto che sia un riferimento alto, ma è anche vero che Ryan Murphy per me è un punto di riferimento come showrunner e autore creativo: l’ho sempre seguito. Se invece vogliamo proprio parlare di serie TV che mi abbiano ispirato, direi The Killing ma anche Twin Peaks, che è la prima ad aver dato il via agli show incentrati su un omicidio”.

Un genere rinnovato nella forma e nel racconto

Il contesto nel quale è ambientata la serie è abbastanza inflazionato nel panorama televisivo italiano. In cosa pensi che Il Processo si differenzi da altre produzioni dello stesso genere?

“In realtà una serie totalmente legal con quest’anima, dentro l’aula di un tribunale, non è mai stata fatta in Italia. La nostra grande scommessa sarà infatti proprio questa: cercare di tenere lo spettatore incollato allo schermo, anche se l’azione si svolgerà quasi completamente all’interno di un’aula di tribunale. Molto in questo aiuterà la componente del thriller, con l’assassinio di Angelica Petroni e la ricerca della verità.

Smarcarsi dal panorama di serie TV, se non identiche, simili, si può fare con una qualità superiore. Io non so se il mio lavoro supererà la produzione televisiva precedente, ma è quello che mi auguro. Sicuramente la nostra è una scommessa anche a livello tecnico, perché il racconto è regolato secondo due diversi punti di vista, due verità che obbligano lo spettatore a ricondurre ogni scoperta e ogni notizia al punto di vista di Elena e Ruggero. Sono loro le componenti più importanti e le cifre stilistiche della serie, che ti costringono a mantenere costante l’attenzione”.

Stefano Lodovichi ciak Il processo
Nella foto: Stefano Lodovichi con il primo ciak di Il Processo (foto da Instagram)

In un genere televisivo come questo non c’è il rischio di addentrarsi negli aspetti più morbosi di simili eventi per fare spettacolo? Un po’ come in certi programmi di pseudo-informazione televisiva.

“Sicuramente la componente c’è, ma sta alla base del genere stesso. La cronaca nera si alimenta e si nutre proprio del dettaglio più torvo, del particolare macabro… Non è un caso, per esempio, che un programma come Chi l’ha visto continui tutt’oggi a fare uno share incredibile. È dovuto all’istinto naturale di cercare risposte, e nel caso di un omicidio di indagare sulla verità e l’identità del killer.

La spettacolarizzazione della TV dell’orrore ha un’origine antica: nasce dal caso di Vermicino, con il ragazzino che cadde nel pozzo tenendo incollati agli schermi televisivi milioni di spettatori coinvolti proprio dal racconto delle telecamere. Da allora in poi siamo tutti figli di quell’evento… L’interesse per il torbido, insomma, fa parte della natura umana e non mi fa paura. Non lo interpreto come un elemento negativo, anzi lo vedo come un vantaggio. Anche perché naturalmente fa parte del genere che esploriamo. Il thriller si muove sull’evento di un assassinio, che può essere dovuto a una molteplicità di fattori umani, e dalla ricerca di quale dei tanti ha effettivamente inciso”.

Stefano Lodovichi: “La mia battaglia per produzioni di ampio respiro con l’hashtag #serienonfiction”

Perché serie TV e non fiction? Qual è il significato della tua “battaglia” in tal senso sui social e ci sono vere differenze formali tra l’una e l’altra?

“L’hashtag #serienonfiction lo coniai ai tempi del Cacciatore, ma continuo a portarlo avanti. Non voglio ghettizzare un certo tipo di progetto né ne faccio una questione di qualità. Mettendomi nei panni dello spettatore, il che mi riesce molto facilmente perché anche io dipendo dai film e dalle serie che guardo, penso che gli spettatori guardano serie TV, progetti internazionali che non hanno confini. Dunque, perché dobbiamo costringerci a usare un termine, fiction, che viene usato soltanto in Italia? È una questione culturale”.

Regista “sexy e maniacale”: ecco perché

Com’è stato dirigere il cast?

“Io cerco sempre di portare tutto dove deve andare. C’è una storia che ti guida, e tu devi cercare di far rispettare quello che si è creato. Purtroppo il tempo passa e tutti, anche i più bravi, tendono ad avere momenti in cui possono adagiarsi. Il mio lavoro è quindi quello di mantenere la nave sempre nella giusta direzione, senza incappare in scogli particolari o peggio un iceberg… Gli attori con me comunque hanno grande libertà, direi quasi totale. La loro libertà è commisurata alla loro intelligenza e alla loro sensibilità. Cerco sempre di fare un cast che sia collaborativo e intelligente, perché sono gli attori che mi devono far presente se una cosa, per esempio, non è scritta bene. A quel punto ne parliamo e io cerco di entrare in contatto con le persone, faccio l’amore con le persone per cercare di creare qualcosa di costantemente vivo e brillante”.

Stefano Lodovichi Il processo cast
Stefano Lodovichi con il cast di Il Processo durante le riprese (foto da Instagram)

In conferenza stampa ti hanno definito sexy e maniacale: spiegami soprattutto la prima delle due definizioni!

“Dovresti chiederlo a Cesarano (direttore delle fiction Mediaset, ndr)… Penso si riferisse alla mia capacità di tirar fuori qualcosa di accattivante da una storia. È vero però che Il Processo è una serie molto sexy, che prova a mettere a nudo certi personaggi spesso banali e superficiali. Io cerco sempre di andare il più possibile a fondo, senza naturalmente esagerare e appesantire la narrazione… Anzi, la mia esigenza è sempre quella di essere popolare. Mi piace il pop, anche la canzone pop. Per questo per la sigla ho chiesto di poter usare il brano di Billie Eilish: una canzone giovane, che ascoltano i giovani e che ascolto io. E questa è una serie pensata soprattutto per i giovani e per avvicinare i giovani appassionati di serie TV al mondo della fiction”.

Le difficoltà sul set e com’è stato dirigere la futura moglie

Ci sono stati momenti particolarmente difficili sul set?

Una delle fasi più difficili è stata girare per tre settimane chiusi all’interno di un tribunale. Era tosto per Vittoria (Puccini), per Francesco (Scianna)… Non solo perché avevano tanta sceneggiatura da rimandare a memoria, ma anche perché in questi casi devi sempre credere in quello che stai facendo e renderlo il più possibile verosimile. E la vita degli avvocati è legata a una metodica molto ferrea e a un linguaggio dato per scontato. Altra cosa difficile è stata sicuramente tenere insieme tutto il giallo, giallo che viene raccontato nell’arco di undici minuti di vuoto e buco nero che va colmato.

Com’è stato dirigere la tua futura moglie, Camilla Filippi?

Camilla è un’attrice poliedrica, come poche ne conosco. Ha una capacità enorme di immaginare altre storie e altri personaggi. È un personaggio ambiguo il suo, da dark lady ammaliatrice, un ruolo che non aveva mai fatto, e io non ho avuto alcun dubbio sin dall’inizio. Anche quando mi sono confrontato con Mediaset e con Lucky Red, il suo è stato senz’altro il miglior provino. Ha una capacità di muoversi e una gamma di sfumature talmente ampie che sapevo avrei giocato in modo comodo e mi sarei divertito. Poi, essendo anche scrittrice, ha la capacità di individuare campanelli d’allarme e problemini nella storia.

Un attore mi serve per migliorare ciò che ho a disposizione. Nel momento in cui ho un copione e lo inizio a leggere con gli attori che lo interpreteranno, per me il copione cambia a seconda della loro sensibilità e anche i personaggi diventano altro. Camilla è il miglior campanello d’allarme che abbia mai trovato in vita mia, capisce i problemi e come risolverli… È inarrivabile. Era il nostro secondo lavoro, nel primo ci siamo conosciuti e all’epoca ero ancora inesperto, dovevo liberarmi di diversi preconcetti che avevo, tra cui quello dell’attore stupido. Il mio modo di fare è diventato molto più liquido e aperto, pur rimanendo io il capitano della nave”.

Stefano Lodovichi: “Ecco quali serie TV guardo e su cosa sto lavorando adesso”

Sei un appassionato di serie TV. Quali hai visto recentemente e quali ti hanno colpito di più?

A me piace molto il fantastico, l’horror e il mistico. Sto seguendo Watchmen, e devo dire che è splendida anche perché sono un appassionato di fumetti. Penso che la serie sia incredibile, soprattutto perché il creatore, Damon Lindelof, è anche il creatore di Lost, Fringe… è un genio che racconta una realtà nella quale inserisce elementi che conducono lo spettatore verso altri generi e direzioni assurde. Così ti affezioni a una storia difficile da incasellare in un solo genere. Ryan Murphy mi piace, ho sempre seguito American Horror Story…”

Quali altri progetti hai in cantiere?

“Sto facendo una serie con Lucky Red, di cui non posso dire molto ma che rientra nel genere sovrannaturale”.