The Legend of Tarzan: Alexander Skarsgård supereroe della giungla

A cura di Emanuele Zambon

Il nuovo Signore delle scimmie di Alexander Skarsgård coniuga l’esotismo dei romanzi d’avventura di Edgar Rice Burroughs – che esordì nel 1912 su una rivista pulp con Tarzan delle Scimmie – e il superomismo tanto in voga a Hollywood. Non è certo un uomo comune, John Clayton III, allontanatosi da terre selvatiche e inesplorate e ora imbrigliato nei rigidi formalismi della società vittoriana. Le costrizioni aristocratiche mal si sposano con un uomo eccezionale allevato dai gorilla. Lord Greystoke farà ritorno in Africa come emissario del governo di Sua Maestà, incalzato dagli inquietanti sospetti dell’emissario statunitense George Washington Williams (Samuel L. Jackson), turbato dal fatto che il continente nero possa trasformarsi in un lager schiavista a cielo aperto. L’ex re della giungla, giunto a Boma, nel Congo, cadrà nella trappola dell’avventuriero belga Léon Rom (Christoph Waltz), desideroso di mettere le mani sugli innumerevoli giacimenti di diamanti della zona per conto del Re Leopoldo II di Belgio.

The Legend of Tarzan narra le avventure del Signore delle Scimmie, personaggio ampiamente sfruttato al cinema: i primi lungometraggi “muti”, i film di avventura con Lex Barker e Gordon Scott, la pellicole parodia con Totò e il Tarzan televisivo da ridere di Raimondo Vianello, l’affascinante “Greystoke – La leggenda di Tarzan” con Christopher Lambert e il cartoon Disney del 1999.

L’uomo scimmia torna sul grande schermo, diretto da David Yates (regista della saga di “Harry Potter”). La macchina da presa ipercinetica si muove frenetica tra sequoie e liane secolari, attraversando la savana e rischiando di rimanere attardata rispetto alle evoluzioni acrobatiche di Tarzan, vero e proprio Spider-Man della giungla (con tanto di incontro amoroso a testa in giù con Jane che ricorda il preludio al celebre bacio tra Spidey e Mary Jane nel film di Sam Raimi). La fotografia, danzando su chiaroscuri, mette in risalto il contrasto tra il lato dark e inesplorato di una terra selvaggia – la giungla viene spesso ritratta in notturna e sotto abbondanti diluvi – e il fascino di un panorama incontaminato, esaltato dall’utilizzo di colori caldi. Nel continente inesplorato si muove un (super)uomo dalle eccezionali virtù e dall’animo nobile.

The Legend of Tarzan, con qualche incongruenza, mostra il re della giungla già fatto e formato, procedendo attraverso continui flashback a mostrarne le origini (un’operazione molto simile a quella effettuata da Zack Snyder ne “L’Uomo d’Acciaio”). Il risultato è una pellicola godibile, che strizza l’occhio al genere avventuroso, pur coniugandolo con i dettami del live action. Il Tarzan di Alexander Skarsgård sfoggia continuamente pettorali e sguardi corrucciati, mentre Margot Robbie tenta di discostarsi dal ruolo della “damigella in pericolo” (anche se con quegli occhi può fare ciò che vuole). Su tutti svettano Samuel L. Jackson, a cui è affidato un ruolo inusuale e riuscitissimo, e Christoph Waltz, il cui perfido villain è di gran lunga meno svogliato del collega di “Spectre”. L’unico neo della pellicola è la forzatura del messaggio moralista, fin troppo melenso e retorico. A David Yates, ossessionato dall’happy ending (Tarzan si riconcilia con tutti alla fine), avrebbe giovato osare con qualcosa di “politicamente scorretto”.