I 90 anni di Woody Allen: il segreto che pochi conoscono
Ci sono artisti la cui vita sembra un film.E poi c’è Woody Allen, la cui vita somiglia a una filmografia…
Ci sono artisti la cui vita sembra un film.
E poi c’è Woody Allen, la cui vita somiglia a una filmografia intera:
una collezione di ansie scintillanti, di amori storti, di luci sporche e rivelatrici, di parole che cadono addosso come pioggia leggera, di città che non dormono, di sogni che non fanno rumore e di scandali che invece ne fanno troppo.
Woody Allen arriva ai novant’anni con la grazia imbarazzata dei suoi personaggi: quelli che non sanno dove mettere le mani, quelli che si innamorano nei momenti sbagliati, quelli che vivono la vita come una battuta che non sempre fa ridere.
Eppure, in quella goffaggine del sentire, c’è tutta la sua poesia.
La sua vita è un lungo piano sequenza.
La storia di Woody Allen non è mai stata lineare. È un continuo cambio di prospettiva, come le sue riprese:
un’inquadratura stretta sulle nevrosi quotidiane, un controcampo improvviso sulle ferite dell’anima, una panoramica su New York che sembra una donna malinconica stesa sulle rive dell’Hudson.
È un uomo che ha vissuto tra straordinari successi e scandali devastanti, tra sale piene e giudizi taglienti, tra premi e sospetti, tra applausi in Europa e porte mezze chiuse in patria. Eppure, non ha mai smesso di filmare. Come se ogni anno fosse un capitolo di un diario segreto che solo la cinepresa può decifrare.
La sua arte è un chiaroscuro di voci e silenzi.
Parlare di Woody Allen significa parlare della luce e del buio.
I suoi film sono lampade accese nella notte di chi non trova mai una risposta definitiva. Sono corridoi di parole, sono jazz che scivola nella gola della città, sono dialoghi che tremano di vita vera.
>In Io e Annie c’è la nostalgia dell’amore che sfugge.
>In Manhattan c’è l’incanto di ciò che non tornerà.
>In Hannah e le sue sorelle c’è la danza infinita dei sentimenti imperfetti.
>In Crimini e misfatti c’è la colpa che non smette di sedersi accanto a noi.
>In Match Point c’è il destino che sbatte le carte sul tavolo e ride di ogni certezza.
Il suo cinema è un insieme di domande che nessuno può sciogliere, di paure che diventano poesia, di sentimenti che si sgretolano e si ricompongono come vetro colorato al sole.
La città da lui amata è New York che rappresenta la sua confessione, la sua imperfetta perfezione dove tutto diventa vissuto.
Allen ha fatto della sua città una creatura viva: New York, con le sue ferite luminose, è diventata la sua amante più fedele, la sua compagna di malinconie, la sua confessione più onesta.
È lì che ha scritto la lista delle “cose per cui vale la pena vivere”, ma quella lista era più di un gioco letterario:
era un autoritratto, una dichiarazione d’amore al mondo nonostante tutto,
nonostante l’ansia, la solitudine, la paura del fallimento.
Perché Woody Allen è questo:
un uomo che parla di fragilità con il nitore di un violinista, che trasforma il dolore in ritmo, la nevrosi in metrica,
la vita in una sinfonia imperfetta.
Eppure nella sua vita ci sono quelle ombre che non si dimenticano.
Ma nella sua storia c’è anche l’ombra lunga degli scandali. La vicenda con Mia Farrow, la relazione con Soon-Yi, le accuse, la battaglia mediatica:
una tempesta che ha segnato per sempre la sua figura pubblica.
È impossibile raccontare Woody Allen senza attraversare anche questo territorio doloroso e scomodo.
La sua vita si è fatta materia di discussione infinita, il suo nome una linea sottile tra arte e giudizio morale.
Eppure, come i protagonisti dei suoi film, Allen non ha cercato giustificazioni.
Ha lasciato parlare ciò che conosce meglio: la narrativa, la complessità, la fragilità umana.
La sua filmografia è come biografia.
Le sue opere non sono semplici film:
sono impronte della sua psiche,
sono confessioni mascherate,
sono le sue paure travestite da battute, sono i suoi turbamenti resi fotogrammi.
>Ogni storia è una porta aperta sulla sua anima.
>Ogni dialogo è un pezzo di sé.
>Ogni film è la prova che, per lui, vivere e raccontare erano lo stesso atto.
A novant’anni, cosa resta?
>Resta il chiaroscuro.
>Resta ciò che di lui non si può semplificare.
>Resta il talento sconfinato e la controversia irrisolta.
>Resta l’uomo, con i suoi fantasmi.
>Resta l’artista, con la sua sinfonia di contraddizioni.
E resta una verità sussurrata, come nelle scene più belle dei suoi film:
che anche l’anima più spezzata può generare bellezza, che dalle crepe entra la luce, che l’arte non guarisce, ma consola.
Woody Allen compie novant’anni.
E il mondo, tra applausi, dubbi e ferite, non può fare altro che guardare questo traguardo come si guarda un cielo dopo la tempesta: con la consapevolezza che l’oscurità non cancella mai del tutto la meraviglia,
e che l’opera di un artista, quando tocca davvero l’umano, continua a vibrare lungo le vene del tempo.
A cura di Barbara Fabbroni